sabato 5 dicembre 2009

Unthanks

Detto che ultimamente sto scrivendo un numero discreto di recensioni (per dire: oltre a questa ne ho fatta un'altra sull'ultimo dei Built To Spill sempre su Rockshock), ma questo a nome Unthanks è un album particolare, o comunque un album a cui io tengo in modo particolare. Principalmente (ma non solo) perché le due sorelle Unthank e la loro musica non sono certo patrimonio dell'umanità, e figurarsi del pubblico italiano... In breve (brevissimo): il folk che fanno riesce ad essere moderno, rispettoso delle tradizioni, e rigorosamente emozionale. E, per inciso, il loro precedente lavoro, "The Bairns", è uno dei miei album preferiti di questi anni zero.

Quindi andatevi a leggere la mia recensione per Rockshock dell'ultimo "Here's The Tender Coming".

Ed ora qualche video sulle Unthanks:

Rachel Unthank & The Winterset: Blue Bleezin Blind Drunk from shoottheplayer.com on Vimeo.



(Un pezzo dal precedente "The Bairns")



(Cover dei Beatles)



(Dal nuovo album)

mercoledì 11 novembre 2009

Califone

Recensione dell'ultimo dei Califone su Rockshock. Inutile (forse) dire che questi chicagoani mi piacciono non poco, in linea di massima. Ad ogni modo: questo è il link diretto.

lunedì 9 novembre 2009

E l'ultima recensione che ho scritto per EffettoNotte invece è sull'ultimo Michael Moore, Capitalism: A Love Story.
Enjoy.

mercoledì 4 novembre 2009

Ecco una mia nuova recensione (e un'altra nuova collaborazione), questa volta per Kronic.it. Il disco è l'ultimo di Grant Hart, uno dei miei idoli in quanto batterista, nonché uno dei due autori/cantanti (l'altro è Bob Mould) dei mitici Husker Du. Se non sapete chi sono correte a vedere su Wiki, e poi comprate a man bassa (i miei preferiti: "Zen Arcade", "Candy Apple Grey", e "Warehouse").
Bè, questo è il link diretto alla recensione.

PS Venerdì vado a vedere i Piano Magic a Cavriago, se qualcuno vuole unirsi a me.

lunedì 12 ottobre 2009

Ronin su Rockshock

Nuova collaborazione e nuova recensione: "Ronin - L'ultimo re" per Rockshock.

giovedì 8 ottobre 2009

La roux

E ora una recensione che avevo scritto per un sito per il quale collaboravo (e per il quale ho smesso di collaborare proprio per questa recensione: non gli piaceva...)

L’omonimo debutto dei La Roux segue tutti i trend del synth-pop anni ’80 giù giù fino all’improbabile. C’è persino il tipico intermezzo ieratico (ma diciamo pure chiesastico: qualcuno ricorda It’s alright dei Pet Shop Boys? Nei concerti procedevano anche a vestire da suore le coriste per dare meglio l’idea) a fare da “momento riflessivo” per la hit del momento (In for the kill). Ma questo solo per dirne uno.
Qui però c’è una differenza fondamentale rispetto agli anni ’80 veri, e va detta: se alcune di quelle band synth-pop d’antan avevano come ingrediente non secondario del loro mix un certo humour, quest’ultimo sembra invece assente nel secondo giro di giostra che vede protagonisti (di molte classifiche) i La Roux.
E allora chiariamo una cosa: chiunque voglia mettersi a giocare con un revival (spudorato in particolare, come è il caso dei La Roux), ed è così consapevole delle origini dei suoi suoni (riproducendoli tutti, uno dopo l’altro), dovrebbe perlomeno sforzarsi di far pervenire un minimo sindacale di (auto)ironia. Non si chiede a tutti di essere dei Quentin Tarantino e fare della conoscenza e del citazionismo del proprio essere artisti una nuova formula artistica (il cosiddetto postmoderno), che sarebbe oggettivamente chiedere troppo ai La Roux, ma non si può nemmeno far finta di essere usciti dal nulla.
Quello che provoca una certa ilarità, se non una certa diffidenza, però, è leggere certa stampa che viaggia su un binario revisionista e tratta i La Roux coi guanti giocando su un assunto semplice: dietro queste melodie sempliciotte e le acconciature burlone, i La Roux sono degli autori né più né meno degli Eurythmics. Nel tipico schema revisionista per cui: forma d’arte fatta con lo stampino = conoscenza manifesta del genere = profondità e serietà del progetto. Quando, invece, sarebbe molto più semplice dedurne: musica già sentita pari-pari = le idee stanno a zero = progetto fatto più o meno a tavolino apposta per far abboccare sulla scia della moda (revisionista) del momento.
Insomma, il classico caso in cui c’è chi pensa “Se si ascolta bene, sotto questa apparente faciloneria c’è dell’altro”, quando in realtà, se si ascolta meglio (e più a lungo) ci si accorgerà che se si legge qualcosa di più della passione per le melodie banali e gli arrangiamenti da dio-speravamo-di-non-sentirli-più-questi nei La Roux, è solo perché si vuole trovarci sotto qualcosa ad ogni costo.
E giusto per non farsi mancare niente: prescindendo dai quattro singoli (che già sono roba pronta per le compilation nostalgiche del 2030 in vendita a notte fonda in televisione), la voglia di canticchiare pensando a quant’era bello quando c’erano i walkman e il Drive-in tivù scema sensibilmente, pieno com’è quest’album di riempitivi.


venerdì 25 settembre 2009

Basta che funzioni

E questa è un'altra mia nuova recensione, questa per Periodico Italiano. Il film è il nuovo di Woody Allen.

mercoledì 1 luglio 2009

Speciale Go-Betweens su Indie-Eye

Non è un segreto che tra i miei gruppi preferiti (in assoluto) ci siano i Go-Betweens. E' quindi con una certa soddisfazione che dico che a partire da oggi sarà possibile leggere su Indie-Eye uno speciale monografico in quattro parti (da me scritto, yes) sulla suddetta band australiana. Nei prossimi giorni/settimane sarà possibile leggere anche le parte 2, 3, e 4.
La prima, comprendente gli anni tra il '77 e l'80, potete trovarla qui:

The Go-Betweens, Parte 1

giovedì 14 maggio 2009

Two Lovers

Post al volo, dopo tanto tempo. Anche qui, una recensione fresca fresca su effettonotte. Ci tengo a segnalarla qui non tanto per la recensione in sé (seppure ci abbia messo del mio), quanto per la bellezza del film. Diciamo che "Two Lovers" sarà sicuramente nella mia top 10 dell'anno (ma diciamo pure top 5).
Ho tentato, per quanto potevo, di rendere onore a questo gran film di James Gray. E invito magari pure a recuperare il precedente "I padroni della notte" (e, come è spesso il caso con i suoi film, non fatevi fuorviare dal plot: la pellicola merita).

PS
La recensione non dice tutto, ovviamente. Non ce l'ho proprio fatta (c'era molto da dire). Questo per dire che: non ho parlato di quanto sia GRANDE Joaquin Phoenix. Maestoso. (E per averne un'ulteriore prova, si veda ancora "I padroni della notte")

lunedì 16 marzo 2009

U2: 1989-12-26 - Dublin, Ireland, Point Depot - "X-Mas at Point Depot" (Bootleg)

Da quando è uscito il nuovo album degli U2 mi sono posto varie domande. La più ovvia: li ho amati quando avevo 15 anni perché avevo 15 anni o sono davvero (stati?) una grande band? E' una domanda che mi sono posto anche quando qualche mese fa erano uscite le versioni deluxe dei loro primi 3 album (e di cui serbavo ricordi cari). Quello che successe allora fu che andando a riascoltare "Boy" e "October" ci ero rimasto un po' male: non che fossero brutti, ma era solo che quello che alle orecchie di un 15enne mediamente ignorante sembrava fresco ed originale ora che sono un vecchietto..bè, e soprattutto un vecchietto che sa dell'esistenza pure di altre band come, per dire un nome, Echo & The Bunnymen, e che quindi gli appaiono un po' meno freschi. Diciamo che quegli U2 che sapevano di new wave, a riascoltarli oggi, mi sembra avessero meno successo (nel creare quelle atmosfere) della band di Ian McCulloch (per non parlare di gente più coraggiosa come i primi Psychedelic Furs). Quindi?
Quindi è forse vero che gli U2 sono solo gli U2 del loro riconosciuto picco (ovvero gli anni '80 compresi tra "War" e "The Joshua Tree") di successo tra critica e pubblico, e nient'altro?
Devo andare a riascoltare quegli album per capire se i 4 irlandesi sono stati davvero sopravvalutati?
Ma soprattutto: cosa rende una band memorabile? Di certo quelle qualità che normalmente vengono riconosciute in questo frangente gli U2 le hanno tutte: numero di fans, album che sono stati impressi nella storia del rock, un cantante carismatico (tanto da apparire antipatico ormai).
Quindi quello che rimane fuori sono, ovviamente, le canzoni.
Che sono, non a caso, il problema degli U2 degli ultimi 10 anni (abbondanti), nonostante (e forse non è un caso) le voci insistenti provenieni dal gruppo, ad ogni nuovo album, che parlavano di "rinascita" o di "ritorno alle origini"...mentre invece le canzoni, appunto, latitavano. Perché da Pop in poi le canzoni che potevano rientrare a pieno diritto nel "canone U2" (cioè: una certa epicità, la carica emotiva, un songwriting solido senza spigoli) sono lentamente scomparse e hanno lasciato posto a caricature di canzoni (di facile ascolto) buone a malapena per una generazione di 14enni rintronati da Britney Spears ("All that you can't...), o un inutile sfoggio di muscoli e distorsioni nel tentativo di rincorrere nuove scene dell'indie ("How to dismantle..."). Infatti se dell'inizio della discesa ("Pop") io, personalmente, salvo un paio di composizioni (If god will send his angels, e Staring at the sun"), di ATYCLB e HTDAB ne salvo una in tutto (Sometimes you can't make it on your own).
Quindi, ben sapendo che non verrò mai a capo della domanda (e in fondo in fondo sospetto che nessuna band dovrebbe meritarsi di diventare così grande ed importante come gli U2), quello che mi resta da fare è rimanere con le mie certezze, ovvero che hanno scritto e suonato due album grandi che si chiamano "The Joshua Tree" e "Achtung Baby", e che attorno a questi due ci sono arcipelaghi di canzoni spesso buone e talvolta ottime, che se avessi mai un figlio mi piacerebbe le potesse ascoltare almeno una volta nella vita (Stay, October, Sunday Bloody Sunday, 40', per dirne alcune).
Senza dimenticare però che ci sono anche degli
altri U2, meno istituzionali, meno monumentali (se si vuole), che ci hanno lasciato un gruppetto di canzoni che definirei bizzarre in alcuni casi, ma persino potenti in altri (i più riusciti). Al primo gruppo (le bizzarre) appartengono di diritto direi Party Girl (mi stupisce sempre che fossero soliti concludere molti dei loro primi concerti proprio con questa canzone divertente e un po' sciocca), ma anche An Cat Dubh/Into The Heart (forse il loro esercizio new wave che preferisco) e Lemon (sul cui giudizio tendo ad oscillare: è una stronzata o no? non riesco a decidermi); mentre al secondo (le potenti) hanno rappresentanti sicuri in Bullet The Blue Sky (Jimi Hendrix faceva risuonare la sua chitarra perché ci si ricordasse del Vietnam mentre The Edge perché ci si ricordasse del Sud America), Zoo Station, e God Part II.
Da qualche parte, lì in mezzo, stanno canzoni come Numb, The Wanderer, e MLK.

Tutto questo per dire cosa?
Bè, fondamentalmente per dire che ci sono addirittura due album interi degli U2 che all'epoca risultavano con ogni probabilità bizzarri: il già citato "Achtung Baby" (con nuove sonorità, imbevuto di un'ironia completamente nuova per i "seriosi" U2, e che avrebbe però finito per danneggiarli per il suo troppo abuso negli anni successivi), dimostratosi però in breve tempo anche potente, e naturalmente l'album (nonché il film) che i 4 stessi sono arrivati più volte a sconfessare: "Rattle And Hum". Nato sulla scia di un tour che li aveva visti spopolare negli Stati Uniti era stato sbandierato all'epoca come il disco della (ri)scoperta delle radici del r'n'r: blues, gospel, rhythm and blues e quant'altro (con ospiti di tutto rispetto come Bob Dylan e B.B. King), è stato presto messo da parte e dimenticato.
Per molti buoni motivi in questo caso (a differenza, per fare i soliti esempi, di "Animals" dei Pink Floyd): il mettere assieme pezzi nuovi registrati in studio, pezzi tali e quali dal vivo, altri rimaneggiati in ottica più "soulful", e qualche cover l'ha reso frammanetario e, appunto, bizzarro.
Quello che mi è sembrato più forte riascoltando "Rattle And Hum" sono non a caso le due canzoni bizzarre e potenti (God Part II, e una Bullet The Blue Sky che sa di zolfo), oltre alla conclusiva (ma forse un po' cheesy, come dicono gli anglosassoni?) (e tutt'altro che bizzarra per gli U2) All I Want Is You.
Fortuna vuole però che mi sia capitato di imbattermi in una pagina html piena zeppa di link a download di bootleg degli U2, e mi sia messo ad ascoltare un bootleg considerato tra i loro migliori in assoluto (o almeno dice così U2Start.com), quello della notte di Santo Stefano del 1989.
Il risultato è stato (inaspettatamente) buono, tanto da farmi chiedere: ma questa versione di Bullet The Blue Sky non è persino migliore? E God Part II posta in bella vista come opener non è un attacco fortissimo? Cavolo, e il lavoro di chitarre (ci sono dei membri della band di BB che danno una mano qua e là) su Desire me la fa sembrare persino bella (!). Da aggiungere poi che Pride e Where The Streets Have No Name non sembrano l'ennesima ripetizione un po' calligrafica che spesso sono dal vivo, mentre All Along The Watchtower è un paio di spanne sopra la versione (molto sbrigativa) apparsa su "R'n'H".
E poi il concerto si conclude con 40' (che per me è come dovrebbe suonare un gospel è nato da questa parte dell'Atlantico).

Provate ad ascoltare questi 2 brani:


MusicPlaylist
Music Playlist at MixPod.com



Ed infine cercate il bootleg in questa marea (per fare funzionare il link copiatelo ed incollatelo su una nuova pag):

file:///F:/U2.G101/U2.Concerts.1979.2009.htm



(Se poi volete provarne altri, per orientarsi, oltre al succitato U2Start, consiglio U2Setlist.com)

lunedì 9 marzo 2009

Cenere e Diamanti

Altra (mia) recensione su Effettonotte, e questa volta ci tengo a segnalarla perché trattasi di un approfondimento su un capolavoro del cinema: Cenere e diamanti di Andrzei Wajda. D'altronde questo mese di Effettonotte è (in parte) dedicato proprio a questo grande regista in occasione dell'uscita (purtroppo in Italia molto sommersa) di Katyn, il suo ultimo film.

Link diretto alla recensione

lunedì 9 febbraio 2009

Giusto perché ormai non ho più alcun ritegno: su effettonotte troverete la mia recensione del film "Valzer con Bashir".
(Questa è una di quelle buone)

Link diretto alla recensione

venerdì 30 gennaio 2009

John Martyn

Mi sveglio oggi, tardi come al solito, e do un'occhiata a pitchfork com'è ormai mia abitudine (come gli anziani guardano i necrologi sul quotidiano questa è una delle mie prime routine), e bang: John Martyn è morto.
Evito i soliti coccodrilli solo per dire che era da pochi mesi che conoscevo la musica di Martyn, da quando cioè mi sono buttato a capofitto nella riscoperta del revival folk inglese degli anni '60 e '70 (Jansch, Fairport, Davey Graham- anche lui scomparso recentemente, Shirley Collins, Watersons, Dick Gaughan, Nic Jones, etc), dopo essere stato messo knock-out da vari album appartenenti al periodo, tra cui proprio quello che da molti è considerato il capolavoro di Martyn, "Bless The Weather".
Ho successivamente scavato e scavato cercando; e ho trovato molto: dai lavori degli anni '60 e inizi '70 basati sulla chitarra acustica Martyn ha spostato pesantemente il suo sound verso confini esterni al mondo folk: fuzzbox e echoplex a profusione dalla fine anni '70 in poi.
Immagino che potrei dilungarmi, ma ammetto di essere solo in una prima fase della conoscenza dell'opera di quest'uomo (che mai ha smesso di fare musica, nemmeno dal vivo quando qualche anno fa gli è stata amputata una gamba) che ammonta ad una ventina di album, quindi faccio un esercizio di umiltà e lascio qui sotto qualche link utile e un paio delle sue canzoni da ascoltare (tra cui una grande interpretazione di Big muff dal vivo, presente nel bootleg trovato sul blog Elastic Rock).

Official Site
Wikipedia
Elastic Rock


MusicPlaylist
Music Playlist at MixPod.com

Bon Iver: Blood Band su indie-eye.it



Un altro po' di autopromozione: troverete la mia recensione del nuovo ep di Bon Iver, "Blood Bank", su Indie-eye.it come weekly rec.
Questo è il link diretto:

Blood Bank

lunedì 10 novembre 2008

Recensione

Cerco di non farmi troppa autopromozione di norma, ma ciononostante allego qui il link per una recensione che ho scritto, e non tanto per la recensione in sé, quanto perché il portale di cinema per cui l'ho scritta mi pare meriti, e parecchio. Quindi approfittatene per leggere anche altro:

Recensione

domenica 19 ottobre 2008

Dì qualcosa di culturale, Baricco

Sto guardando (e commento al volo) Baricco a "Che tempo che fa". Parla di Beethoven perché ha fatto un film su Beethoven. Ci sarebbero molte cose da dire su Baricco, in particolare sul Baricco "esperto di musica" (che dire musicologo mi pare troppo), magari partendo dal fatto che in passato si diceva convinto della "naturalezza della tonalità", come a dire che le tonalità (e quindi le scale, la scale occidentale magari) sono insite nella natura, che questa tende di per sé alla tonalità... Roba da far venire i brividi a chiunque abbia una minima infarinatura di musica classica e alfabetizzazione musicale... Ma lasciamo pure stare.
Il problema è che Baricco parla, e una volta stuzzicato sulla nona (la premessa è che la nona di Beethoven sia sovrapravvalutata), sull'uso che ne si fa come sigla di tutto (tanto che avrebbe ormai un alone di buonismo che tutto comprende), lui che cosa fa? Sorride, e dice che sì, che poi non c'è tutta questa bontà in Beethoven, che insomma la nona sia il simbolo della "umanità buona"...o qualcosa del genere...è una robetta, via!, anche perché, cavolo (ma pensate un po'!) Beethoven non era affatto buono (e fa capire che a conti fatti era pure un po' stronzo).

In pratica: Beethoven non era buono = la Nona di Beethoven non ha motivo di essere considerata l'inno (ovvio si parli in realtà dell'inno alla gioia) dell'umanità buona.

Qualcuno nota forse che manca qualche passaggio in questo ragionamento?

E allora, prima che l'arrabbiatura mi annebbi completamente:

Non gliene frega niente a nessuno (caro Baricco) che Beethoven fosse buono o no, o perlomeno non gliene dovrebbe fregare, visto che non si vede cosa c'entri con l'esegesi/comprensione della nona.
Inoltre: se ti si dice, Baricco, che la nona o l'inno alla gioia sono diventati l' "'inno all'umanità buona", visto che hai studiato, visto che si presume tu ne sappia di musica (sei diplomato in pianoforte, e presumibilmente ne saprai in particolare di Beethoven dacché ci hai fatto un film), e visto che forse se si parla di fronte ad un pubblico di qualche milione di persone una qualche responsabilità la si dovrebbe avere /mostrare (poco dopo hai parlato di onestà intellettuale, tra l'altro) non sarebbe giusto, come dire, fermarsi un attimo, tirare un profondo respiro, e dare un contesto? Partendo magari dal dire che la nona non nasce nel vuoto storico, ma tutt'altro, in quanto a pochi anni dalla rivoluzione francese, mentre nell'aria (anzi meglio: nell'Europa tutta o quasi) si parla di concetti come egualitarismo, di pari diritti, e si agisce di conseguenza qua e là: nasce la moderna democrazia, ci sono elezioni, si inizia a pensare che le donne non siano soprammobili, che non ci siano cittadini di seconda o di terza classe...
E la nona parla di questo, per quanto una musica possa parlare di qualcosa, Baricco.
La Nona è grandiosa ed ottimista perché vede davanti a sè (e spera in) una umanità egualitaria, più libera.

Quindi a domanda "la nona non è un po' una sigla dell'umanità buona?", Baricco, si risponde, semplicemente: no.
E poi si approfondisce.

Che non è una roba di cui vergognarsi -approfondire. Che non si va in tv solo per apparir belli e prendere applausi, se si vuol essere intellettuali.

E magari rimandare alla musica.
Io in particolare rimanderei a due uomini: ancora Beethoven e poi Furtwängler.
Furtwängler è stato uno dei più grandi direttori d'orchestra della storia (spesso noto per avere diretto la filarmonica di Berlino durante il regime nazista, e su questo c'è anche un discreto film con Harvey Keitel), un direttore su cui mi vergognerei a dire più di così, che le mie competenze hanno un limite, ma almeno consiglierei di andare a comprarsi le 9 sinfonie di Beethoven dirette da Furtwängler ed edite qualche anno fa in un piccolo box rosso della EMI (a un prezzo incredibilmente convincente, neanche 30 euro se non sbaglio) dove la resa della nona fa dimenticare tutto: Baricco, Bush, i Sonohra, il carovita, l'opposizione del partito democratico...
Se qualcuno vuole andare a cercare tra gli scaffali dei negozi la cover è questa:


giovedì 9 ottobre 2008

Breakdance all'Arena (o almeno vicino)

Mi è capitato l'altro ieri di passeggiare in direzione (era di fatti la mia meta) della "biblioteca dei ragazzi" (si chiama proprio così) a Verona, dietro l'Arena (che poi è tutto da stabilire perché un libro come "Gli effetti secondari dei sogni" di De Vigan sia "per ragazzi"...ma vabbè, e chiudo subito la polemica tutta tra me ed il sistema bibliotecario veronese), quando a destra chi ti vedo? Uno sparuto (erano 3, il che lo rende ben sparuto) gruppetto di ragazzini intenti a fare breakdance. Che poi quando dico "intenti a fare breakdance" intendo che c'è uno che fa un mezzo giro sulla schiena e ha già dato tutto mentre gli altri lo guardano...ma c'è pure da dire che questi avranno avuto sì e no 12 anni, quindi non dico chapeau (che magari è troppo), ma insomma ci può stare. Ci possono stare.
Ma il senso di me che mi metto a scrivere un intero post (un intero post! sentitemi! sai lo sforzo!) non sta nella simpatia che posso più o meno provare per questi b-boys in erba (e comunque, si sappia, io questa simpatia la provo, eh) quanto nel mio stupirmi un po' all'idea che questi, che neanche erano nati negli anni '80 (!!!) passino i loro pomeriggi a provare una mossa di break invece che, chessò:
-battere un record alla PS3
-scaricare roba a caso da internet
-scrivere blog persino più inutili del mio (ne ho incrociato uno la settimana scorsa -sempre che si possa incrociare un blog- con post del tipo: "Ieri mi sono alzato, fatto la solita colazione, e poi a scuola è andato tutto bene. Nel pomeriggio ho ascoltato un po' di musica, e poi sono andato a dormire." Aaaargh!)
-una roba qualunque che alla fine ti porterà inevitabilmente a voler andare al liceo classico e a vestirti come tutti gli altri

Ma quello che mi ha stupito ancora di più della cosa in sè (il fare break) è la musica che utilizzavano per farla, cioè una musica assolutamente e filologicamente corretta. Diciamo funky anni '70? Diciamolo.
Per capirsi, questa musica qua (non è che l'ho sentita e riconosciuta e poi scaricata dal web...L'ho proprio registrata in loco solo per questo blog, quindi pensate un po' al livello bello alto di stupore-slash-stima che avevo per questa meravigliosa mini crew under age...):


MusicPlaylistRingtones
Music Playlist at MixPod.com


Reso l'idea?
Questi tre se ne stavano belli belli a fare breakdance all'Arena (ok, vicino all'Arena) e si erano portati appresso uno stereo portatile con questa musica qui, che non si può mica fare breakdance con timbaland o justin timberlake, no? Praticamente siamo quasi al livello di Radio Raheem che se ne va in giro per Bed Stuy in "Fa la cosa giusta" solo ascoltando Fight the power dei Public Enemy.

E ovvio che a me veniva da pensare anche ai vecchi Run DMC (oltre ai PE), a Eric B & Ralkim o ai Clash che arrivano negli states attorno all'81 e vedono nelle strade ragazzini che fanno scontri (battles) di rap agli incroci (mentre solo cinque, dieci anni prima si sarebbero magari raccolti cantando soul attorno ai bidoni della spazzatura in latta a cui qualcuno aveva dato fuoco per scaldarsi come si vede nel primo Rocky, quando Stallone passeggia per il vecchio quartiere...).
Chissà se questi sanno chi è Chuck D, cos'era la CNN dei neri...

Ad ogni modo: respect.

sabato 27 settembre 2008

Bob Dylan: Bootleg Series Vol 8

Ad inizio Ottobre (c'è chi dice 3 ottobre, chi dice 7, io voto 3 perché dacché mondo è mondo le uscite discografiche sono previste per un lunedì ma poi si trovano il venerdì precendente...) sarà disponibile nei negozi la "Bootleg Series Vol. 8: Tell Tale Signs", che coprirà gli anni dal 1989 al 2006 di Bob Dylan (con outtakes, demo, versioni alternative, live), di cui molto ci sarebbe da dire, partendo magari da quella che sembra la decisione della Sony (che fa venir voglia di alzare i pugni al cielo e dire: "Morite, major, morite!", per poi sfogare la propria frustrazione su un fedele peer-to-peer) di mettere in commercio una versione con un prezzo più o meno abbordabile (25-30 euro) di due "soli" CD, e una di 3 con super-libretto, foto, ma soprattutto...con quel terzo CD che conterrà altri pezzi live, altri versione alternative, e un inedito assoluto (Duncan & Brady) al modico prezzo (negli USA almeno)...di 130 dollari.
E qui ci sta una pausa per apprezzare appieno la lungimiranza e la politica sempre attenta delle major, in particolare quando si tratta di raschiare il barile coi fans più accaniti,, più fedeli, che conosco bene le varie legacy edition, deluxe, e i box set...che non hanno mai una versione definitiva ma che vengono sempre updated diciamo da qulche altro CD (o DVD audio, o blue ray...vedi gli annunciati archives di Neil Young in arrivo), i quali hanno sempre guardacaso almeno un paio di pezzi in più o, se non quelli, una masterizzazione nuova di zecca (pesa ancora, certo, il trasbordo in digitale di qualità abbastanza opinabile di molti LP fatto negli anni '80, e che ha giustificato ovviamente le riedizione del catalogo più classico degli Stones)...
Va notato che fra quelli che attenderanno sempre con gioia un nuovo capitolo della bootleg series (e certo, pure Neil Young...come ancora sbavo al ricordo delle "Tracks" di Bruce Springsteen) ci sono anch'io, eppure, come si soleva dire un quindici anni fa, la domanda sorge spontanea:
Qual è il costo di queste operazioni? Quanto costa produrre una deluxe edition o legacy o quel che è (presumendo che outakes e demo siano già di proprietà della major di turno e quindi nei suoi archivi, e che la ricerca -se di ricerca si può parlare- rimanga solo per il materiale dal vivo: da trovare e da visionare, ok)?
Mi spiego meglio: se un CD degli U2 o dei Coldplay a produrlo una casa discografica si trova a far fronta ad un costo di qualche centinaia di migliaia di euro (in passato album degli U2 o dei Pink Floyd sono costati milioni di dollari, ma presumo qui, per bontà mia, che con la rivoluzione digitale i costi si siano abbassati), quanto costa una ri-edizione (per quanto accessoriata essa sia)?
Più di un album tout court?
E com'è che allora il nuovo coldplay lo pago 20 e un vecchio dylan 30?
Naturalmente qualcuno potrebbe dire: ma i coldplay venderanno molto di più, quindi: più copie, meno spese, mentre la produzione (soprattutto dell'ed. deluxe con 3 dische di dylan) sarà ad un tiraggio ben più limitato di copie.
Ok, ma 130 dollari???
La cosa che mi pare poi più scandalosa in questo caso non è la cifrà così alta per un edizione "di lusso", quanto il fatto che quest'edizione di lusso (a differenza delle riedizione del dvd dei Beatles, per dirne una), non contenga soltanto materiale "for fans only" in più (vedi: foto, note, etc), ma un intero CD di musica.
Vuoi fare distinzioni tra fasce di mercato? Vuoi che la gente vada a sbattere sotto il naso ai propri amici la propria versione "full optional" della propriaVW Golf, o della collezione dei Byrds? Ok, ma a parte il fatto che Volkswagen e Byrds non dovrebbero stare nella stessa categoria di beni (seppure, certo, il vecchio furgoncino VW...), ché di musica (qualcuno la chiama arte...) stiamo parlando. Ok anche questo, diciamo.
Ma se mettete in commercio una bootleg series che per definizione si basa su inediti, rarità etc...come dire...un CD di rarità ed inediti in più non può essere un optional!

La smetto, mollo tutto (altrimenti, lo so, potrei aprire un nuovo capitolo dal titolo "Ma allora qual è il costo di un best of?") sennò non ne esco più.
Vi lascio ad una delle chicche della bootleg series in uscita, una versione acustica della splendida Missisipi (l'album era "Love and theft").
(In realtà volevo parlare di questa canzone, ma poi ho avuto questo sbocco di bile...quindi ecco un'altra cosa di cui incolpare le major).


MusicPlaylist


lunedì 8 settembre 2008

La Notte Bianca di Villafranca


Più o meno 24 ore fa:

Tornando a casa la tangenziale mi guarda, e io guardo i cartelli -limite di 90 km- e penso: "Che cosa vuoi dire, cartello?"
E allora penso che 3 ore (o forse anche 4) così sono troppe, che la mente umana non è stata fatta per questo, che c'è un motivo se gli ascoltatori di Mozart non sono noti per finire accartocciati attorno agli alberi (e non basta dire che nei teatri non servono alcolici).
O almeno questo è quello che penso, a 85/90 km all'ora, sulla tangenziale che
mi sta traghettando a casa dopo essere stato alla NOTTE BIANCA DI VILLAFRANCA.
La NOTTE BIANCA DI VILLAFRANCA dove: i miei amici non sembrano più miei amici ma comparse di un film di Jerry Calà quarantenne. Dove: quando finiscono le pizze iniziano le crepes, e poi iniziano le birre, e poi iniziano i giocattoli per bambini, e poi iniziano gli stand come quello con l'uomo truzzo cosparso di unto che balla come in uno spot D&G al rallentatore senza smettere mai (nella mia testa).
Ma soprattutto dove non c'è mai silenzio e dove la musica stocka e comprime assieme tutti i presenti come fanno le presse con il truciolare: è così che la dance del "popolo della notte" incontra un Elvis stracciato da basi musicali buone per Raul Casadei, che incontra l'afro che mi scava nello stomaco con i suoi finti tamburi digitali, che incontra dio-solo-sa quale musica-spazzatura aborracciate e aborrante possiate immaginare -che tanto potete stare sicuri: c'era.
Per questo, alcuni minuti fa, dopo aver acceso l'auto, quando Giorgia mi ha chiesto: "Metto su London Calling?" -e io quasi di default stavo per dire sì- ho esitato; e lì ho inteso. Ho inteso che non ce l'avrei fatta; realizzando così che per la prima volta in vita mia (e dico dai tempi in cui giravo con una 126 scassata e il walkman come autoradio) non avrei ascoltato alcuna musica guidando , nemmeno i Clash -perché non avrebbe voluto dire niente. 
Disumanizzato, imbruttito, desemantizzato, sarei soltanto convogliato fino a casa, ed avrei sperato -ed aspettato- che tutto tornasse alla normalità.
Ed ora, una mezz'ora dopo, il caldo ancora che mi opprime la fronte e la nuca, lo stomaco che non capisce se sta male o ha fame, so che solo un buon sonno può salvarmi.
Ridarmi la mia musica, i miei ricordi, i miei ancoraggi semantici alle cose, alle persone, ai tempi che ho sempre amato e hanno sempre avuto un significato per me.
A meno che.
A meno che non mi salvi François, magari.
Ma lo farai, François?  -penso.
Appoggerò magari la testa sul cuscino e tu mi dirai: "Annoiarsi? Come si fa ad annoiarsi nella vita? Se non sai cosa fare c'è sempre un libro da leggere, un disco da ascoltare...O impara una lingua!"
Mi mostrerai magari quel tizio, quello con l'appartamento al primo piano che dà sul cortiletto e che ha deciso che non uscirà di casa fino a quando il collaborazionista Petain non tirerà le cuoia?
O  forse mi regalerai un'inquadratura su un paio di gambe di donne fasciate con deliziose longuette anni '70 che passeggiano per andare al rendezvous con il loro amante, ora marito?
François, se fossi ancora vivo ti vorrei solo dire che però avrei tanto voluto che avessi fatto come Kubrick e controllato tutte le traduzioni dei tuoi film, che dire "Non drammatizziamo... è solo una questione di corna" non è come dire "Domicile conjugal". Ché il primo è di gran lunga titolo troppo dozzinale per una pellicola così lieve.
Così lieve e così umana, François.
Tutto il contrario della NOTTE BIANCA DI VILLAFRANCA.